Mario Baldassarri, economista, già vice-­ministro all’economia dei governi Berlusconi, liquida con una battuta tutte le discussioni e le proposte di queste ore su manovre, tagli di spesa, ipotesi di riduzione tasse: “In Italia è così: se conosci non decidi, se decidi non conosci”. Dire che sia scettico, è dir poco. E con ragione. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi fa intendere che nel corso del Consiglio dei Ministri di mercoledì 15 ottobre sarà varato un pacchetto di tagli di spesa che oscillerà tra i 12 e i 15 miliardi di euro. Una “prova di serietà”, la definisce, destinataria Bruxelles, perché
accetti che si arrivi agli agognati 22-­24 miliardi complessivi attraverso un’impennata del deficit 2015 al 2,9%, un soffio insomma, dal fatidico 3%.

Una difficile quadratura del cerchio. Perché da una parte Renzi non vuole mettere la firma a una manovra conservativa;; dall’altra intende confermare il bonus degli 80 euro;; al tempo stesso intende assicurare almeno due miliardi di riduzione del costo del lavoro, come promesso alle imprese e assicurare la stabilità nel 2015, indicata come la prima, vera, consistente riduzione di tasse…

Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan conferma, cauto: “Terremo conto dei vincoli di bilancio in un contesto in cui la composizione delle misure sia mirata a sostenere la crescita”.

Traduzione: faremo qualcosa, anche se ancora non è chiaro cosa. Perché Bruxelles ha chiesto a palazzo Chigi una correzione di manovra sui due miliardi, giusto la cifra che era stata promessa agli imprenditori come incentivo alle assunzioni. Renzi sa bene che non gli è consentita una marcia indietro, in qualche modo il presidente della BCE Mario Draghi gli è corso in soccorso, e promette atre azioni di politica monetaria a sostegno della crescita, ma più di tanto non potrà fare;; e se è vero, come ha avuto cura di sottolineare, che “dare un giudizio sulle leggi di bilancio è prematuro”, avendo al momento a disposizione solo bozze, e che per poter dare il vero giudizio occorre attendere l’Eurogruppo di novembre, è vero anche che il ministro Padoan deve riconoscere che sul campo ci sono diverse ipotesi, “ma non è ancora stato definito il quadro generale”.

Negli ultimi tempi si era come defilato, e molti lo danno in uscita;; il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio, intervistato da “La Stampa”, assicura che il governo Renzi è “un governo di sinistra, che non sta chiuso nel Palazzo ma va in tutti i luoghi dove è più forte la crisi, nei distretti industriali, nelle fabbriche a rischio chiusura, con un premier che non rinuncia mai al confronto con i lavoratori anche se aspro e difficile”;; e aggiunge che “sbaglia la Cgil a scendere in piazza contro un governo così e contro una riforma che non toglie diritti ma li amplia. Abbiamo
fatto la riforma per proteggere i lavoratori: non toglie tutele, ma le mette, è fatta per creare più lavoro. Sbagliano i sindacati a pensare che questo governo vuole destrutturare i diritti. In quella riforma ci sono più opportunità che rischi”. Fa comunque sapere che si sta valutando se unificare le misure di riduzione fiscale con “un taglio drastico degli oneri contributivi, sarà un intervento pesante”. Ancora una promessa. Al portone di palazzo Chigi, tra gli altri, bussa anche il sindaco di Torino Piero Fassino, nella sua veste di presidente dell’ANCI, che rappresenta gli ottomila
comuni italiani;; chiede che il Governo inserisca nella legge di stabilità adeguate risorse per le nuove città metropolitane: “Siccome la legge affida alle città metropolitane poteri superiori a quelli che avevano le province uscenti è chiaro che serviranno maggiori risorse rispetto a quelle destinate in passato agli enti provinciali”.

Torniamo ora al punto di partenza, da quel professor Baldassarri che ha il pregio di saper unire la competenza alla levità espositiva di una materia al tempo stesso arida ma di questi tempi incandescente. “Nei prossimi anni ci saranno più tasse, più spesa corrente e meno investimenti. Renzi sta usando lo stesso trucco degli ultimi trent’anni: si taglia il futuro aumento delle spese, non gli sprechi attuali, si taglia il futuro aumento delle tasse, e non le tasse che già paghiamo”. E siamo così arrivati alla battuta d’inizio: il ministro dell’Economia sa come stanno le cose, ma non  ecide;
il presidente del Consiglio decide, ma non sa come stanno le cose.

Ma come stanno le cose, e che decisioni dovrebbero essere assunte? “Punto primo tagliare 40-­50 miliardi di spesa subito, denaro col quale ridurre le tasse a lavoratori e imprese e stimolare gli investimenti”. Nei bilanci dello Stato ci sono una trentina di miliardi stanziati a fondo perduto, e che non producono posti di lavoro; non vengono però toccati perché sono appannaggio dice Baldassarri, di un paio di milioni di “intoccabili”. Se poi si aggiunge che questa pratica dura una ventina di anni, se ne ricava una cifra che equivale a circa metà del nostro debito pubblico. “È un potere trasversale che è riuscito a mettere in scacco la destra e la sinistra”, è l’amara conclusione.

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